L’estetica analitica e la definizione di arte

Foto scattata da: sognirossi

Foto scattata da: sognirossi

I tentativi di dare una definizione dell’arte all’interno dell’estetica analitica sono stati numerosissimi. La mole degli studi e delle prese di posizione a riguardo è impressionante, soprattutto se confrontata alla quasi totale insensibilità della filosofia continentale, negli ultimi anni, a riguardo. Si può dire che in tempi recenti per l’estetica continentale la definizione di arte, semplicemente, non è stata un problema. E’ questa dunque una di quelle tematiche che sembra allontanare analitici e continentali.

Questa esigenza così sentita da molti filosofi analitici, se non altro, ha l’indubitabile merito di orientare la ricerca verso un problema molto sentito anche in ambiente non filosofico.

Anche tra i non addetti ai lavori la domanda fatidica, «che cos’è l’arte?», non è certo rara. Ricordo che io stesso, anni fa, posi ingenuamente la domanda al mio professore di storia dell’arte del liceo. E ricordo, come se fosse ieri, i lunghi secondi di silenzio che avvolsero l’aula, solitamente chiacchierona e svagata durante la sua ora di lezione.

«Non lo so – rispose lui – sicuramente l’arte ha un certo sistema, un inizio…una volta era il momento della committenza…e una fine. Ma “cosa sia” io non so dirtelo. Però, di fronte ad un’opera so dirti se quella è un’opera d’arte oppure no».

Dopo questi attimi pensosi riprese il consueto buon umore, aggiungendo bonario: «per prendermi in giro i miei amici un paio di anni fa mi regalarono un libro con più di mille definizioni di arte».

Accolsi la risposta con un po’ di delusione. La domanda comunque non era semplice, e devo dire che a distanza di quasi dieci anni non credo che riuscirei a rispondere meglio di come fece il mio professore. Anzi, forse risponderei peggio, visto che in molti casi non ho la sicurezza di riuscire a distinguere un’opera d’arte da una che non lo è. Per di più, è forse questo uno degli ambiti in cui tale sicurezza non può proprio essere garantita.

L’aneddoto mi è tornato alla mente leggendo di un esempio fatto da William E. Kennick, e citato, tra gli altri, da Arthur C. Danto (al fine di confutarlo) ne La trasfigurazione del banale. Ecco l’esempio:

Immaginiamo un immenso magazzino riempito di ogni genere di cose – quadri di ogni genere, spartiti musicali per inni danze e sinfonie, macchine, strumenti, barche, case, statue, vasi, libri di prosa e di poesia, mobili e vestiti, giornali, francobolli, fiori, alberi, pietre, strumenti musicali. Ora chiediamo a qualcuno di entrare nel magazzino e di portare fuori tutte le opere d’arte che contiene. Riuscirà a farlo con un certo successo, nonostante il fatto, ammesso persino dagli estetici, che non possiede una definizione sufficiente di arte in termini di un denominatore comune. Immaginiamo ora la stessa persona mandata nel magazzino con il compito di portar fuori tutti gli oggetti dotati di Forma Significante o di Espressione. Sarebbe giustamente sconcertato. Sa che cos’è un’opera d’arte quando ne vede una, ma non ha praticamente idea di cosa cercare quando gli viene detto di portare un oggetto che abbia una Forma Significante.
[Danto, Arthur C., The Transfiguration of the Commonplace. A Philosophy of Art, Harward University Press, Cambridge (Mass.)-London 1981; trad. it. a cura di Stefano Velotti, La trasfigurazione del banale, Editori Laterza, Roma-Bari 2008, p. 74.]

Anche questo personaggio immaginario riesce a distinguere cosa è un’opera d’arte da cosa non lo è, «con un certo successo».

Devo ammettere che per quel che mi riguarda, anche solo pochi anni fa, avrei lasciato nel magazzino molte opere d’arte contemporanee, e temo che se fosse stato per me, anche un’opera d’arte fondamentale nella storia dell’arte come Fountain, sarebbe rimasta ad ammuffire nel magazzino. Oggi dico con una discreta certezza che mi sarei sbagliato.

Ho anche il sospetto che se ad entrare nel magazzino fossero dei comuni magazzinieri, anche loro lascerebbero nel magazzino molte opere inestimabili d’arte contemporanea, portando invece fuori libri improbabili.

Anche Danto, in effetti, rifiuta l’argomentazione proposta da Kennick. Egli sottolinea come la persona mandata nel magazzino non sappia cosa è arte, ma sappia usare la parola arte. Danto ipotizza un contromagazzino in cui a tutte le opere d’arte del magazzino di Kennick corrispondono delle non-opere d’arte materialmente indiscernibili da esse (delle copie ad esempio), e viceversa alle non-opere d’arte corrispondono delle opere d’arte, sempre identiche a livello materiale (come se fossero tanti readymades). A questo punto l’uomo nell’esempio di Kennick resterebbe confuso:

«Quel magazziniere era come il cieco di Platone che imboccava la strada giusta solo per caso. A cosa era cieco? Era cieco al principio in base al quale quelle che selezionava come opere d’arte erano opere d’arte, dato che poteva sbagliarsi completamente e selezionare delle semplici cose; essendo queste, infatti, almeno per quel che riguarda l’occhio, perfettamente indistinguibili dalle opere selezionate»
[Danto, La trasfigurazione del banale, p. 75]

E’ chiaro che in un periodo di “stabilità artistica” si possano individuare le opere d’arte sulla base di un riconoscimento induttivo, questo però non significa sapere cosa è l’arte.

E’ bene dire da subito che i tentativi di definizione di arte in ambito analitico non hanno prodotto una definizione conclusiva, se questo era l’intento, ma neanche hanno ottenuto un consenso in qualche modo generalizzato attorno ad uno di questi tentativi, né in ambito analitico, ne tantomeno in un più generale ambiente filosofico. In compenso il libro sulle definizioni di arte regalato al mio professore si sarà arricchito di numerosi capitoli.

In alcuni post successivi affronterò più nel dettaglio alcuni di questi tentativi. Sono tentativi comunque interessanti anche se, come diventerà chiaro, il modo di argomentare analitico, molto razionale, può risultare un po’ faticoso.

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